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La bastarda di Istanbul | molte spezie dopo

In alibrochiuso, preferiti on ottobre 20, 2009 at 10:52 am
Istanbul non è una città, è una grande nave. Una nave dalla rotta incerta su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza, colore, religione. Lo scopre Armanoush, giovane americana in cerca nelle proprie radici armene in Turchia. E lo sa bene chi a Istanbul ci vive, come Asya, diciannove anni, una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre.

Istanbul non è una città, è una grande nave. Una nave dalla rotta incerta su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza, colore, religione. Lo scopre Armanoush, giovane americana in cerca nelle proprie radici armene in Turchia. E lo sa bene chi a Istanbul ci vive, come Asya, diciannove anni, una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre.

Un libro inebriante, come le spezie che disegnano un piatto d’ashure.

Me ne sono innamorata dalla prima parola, ho masticato ogni pagina come fosse un’antica ricetta di cui si tenta di indovinare gli ingredienti. Una storia d’amicizia, tante storie d’amore e di rapporti tra popoli distanti e mai così vicini. Istanbul, con le sue strade vecchie e i vicoli squallidi a volte, e l’America. Il rapporto tra turchi e armeni, il rapporto tra donne vivaci, diverse, tradizionaliste e alternative. La Storia che si incontra quando si guardano gli occhi di Armanoush, la ragazza di origini armene che arriva dall’America, e Asya, la ragazza turca senza padre e con una madre troppo simile a lei.

Un’atmosfera sempre calda, familiare. La tradizione che evapora dai piatti sulla tavola imbandita per la colazione  si scontra fuori con la vita moderna nel grigiore dei bar. I segreti consumati con le sigarette e gli amori nascosti, persino le chat e Jhonny Cash. La magia, il destino scritto e quello scelto.

Nonne, madri, zie, sorelle, amiche. Quando sono le donne a dominare la scena, tutto si intreccia e si complica e diventa affascinante. Perché le donne sono come le spezie, apparentemente simili, ma in grado di stravolgere il sapore di un piatto, come della vita.

Dialoghi belli, intelligenti che quasi ci trascinano sul salotto di casa con nonna Shushan che nel suo antico silenzio riempie tutta la stanza.  Mamme svampite, apprensive e dalle curve rotonde. Mamme dure come ghiaccio, con la paura di specchiarsi nel volto di una figlia. Mamme che si lasciano chiamare zie, zie che diventano altre mamme.

Che serve ancora per rendere un racconto così vero, piacevole, gustoso?

Orecchiette alle pagine contenenti queste frasi:

Dal modo in cui la guardava, si vedeva subito l’amore. Amore e rispetto e sincronia. Quando lui parlava, lei completava con i gesti, quando lei gesticolava, lui completava con le parole. Erano due individui complicati che sembravano aver raggiunto insieme un’armonia miracolosa.


I libri erano pericolosi in generale, ma i romanzi lo erano ancora di più. Il sentiero della narrazione ti poteva facilmente condurre a un universo in cui tutto era fluido, imprevedibile e ignoto come una notte senza luna nel deserto. […] L’immaginazione era un incantesimo affascinante ma rischioso per chi nella vita era destinato a essere realista.


Nulla veniva fatto in armonia, in quel luogo, eppure quell’abituale dissonanza aveva una sua singolare cadenza. Era un posto fuori dal tempo e dallo spazio. Fuori dal locale le persone restavano vicine per nascondere la solitudine, fingendosi più intime di quanto non erano, mentre lì dentro era l’opposto: tutti ostentavano un distacco che non sentivano davvero. Quel posto era la negazione dell’intera città.


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