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Archive for the ‘alibrochiuso’ Category

Una ragazza da Tiffany | tra vetri colorati e opportunità

In alibrochiuso, preferiti on novembre 14, 2011 at 4:05 pm

Nel 1892, a Manhattan, un'elaborata insegna in bronzo fa bella mostra di sé. Tiffany Glass & Decorating Company declama la scritta che campeggia sopra una solida porta di vetro molato. Oltre quella porta, si schiude un grande salone con enormi vetrate appese al soffitto e imponenti mosaici poggiati alle pareti. E poi vasi dalle linee morbide, pendole, candelabri Art Nouveau, lampade con paralumi di vetro soffiato in mille splendidi colori. È il regno di Louis Comfort Tiffany, pittore di quadri orientalisti raffiguranti minareti, moschee e beduini, secondo il gusto del tempo. La Tiffany Glass & Decorating Company è, tuttavia, anche il regno delle Tiffany girls, le ragazze di Tiffany, come sono chiamate a Manhattan le donne che l'artista ha riunito attorno a sé.

Clara. Non riesco a togliermela dalla testa, come tutte le volte che leggo i romanzi della Vreeland. Questo personaggio così ben definito, una donna dell’800 negli abiti lunghi e nel cappello, ma così estremamente moderna, vicina a me. Questi amori che vanno e vengono, che diventano prima compagnia poi passione. Le lotte per l’affermazione della parità dei sessi, il lavoro e la creatività, i mosaici e i vetri colorati. Ah Clara! Vorrei esser stata una delle tue ragazze…

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Caramelo | mai troppo dolce

In alibrochiuso, preferiti on maggio 16, 2010 at 12:08 pm

In viaggio con la famiglia Reyes come ogni estate, in una macchina piena di bambini, risate e litigi, da Chicago a Città del Messico. Come sempre Lala ascolta le storie della sua famiglia separando, di volta in volta, la verità dalle “sane bugie” che gli adulti si tramandano di generazione in generazione. Come fili che formano un rebozo caramelo, il prezioso scialle messicano, queste storie, o leggende, della famiglia Reyes si svolgono e si riavvolgono davanti ai nostri occhi in modo brillante e divertente attraverso lo sguardo vivace e curioso della piccola Lala.

La tenerezza contenuta nelle pagine di Caramelo è la stessa che si annida nei ricordi del passato; che si intreccia nelle maglie di un rebozo color caramello, avvolge le spalle e i pensieri di nonna e nipote per tenerli caldi e fluidi nel tempo.

Ero io Lalita, a casa mia. Ero lì, giuro. In una di quelle famiglie in cui non ci si dice mai “ti voglio bene”, ma nelle quali si condivide ogni rumore, un pezzo di pane, un posto caldo sul divano. Come quando si è in tanti e si è una cosa sola, quando si borbotta giusto il tempo di attraversare una porta e girare il corridoio.

Quanta bellezza in queste pagine. Come in una fotografia color seppia, dagli angoli consumati; una pettiniera antica con lo specchio un po’ arruginito; una stoffa ricamata che odora di legno e di chiuso; una coperta di lino troppo sottile; un letto molle, in cui si affossano anche i sogni; l’odore della sottana delle nonne e la pelle ruvida delle loro mani; quel bacio pieno di timidezza che sanno dare solo i genitori ai figli ormai cresciuti.

Dolce come caramello. Ma mai stucchevole.

Orecchiette:

Ogni anno quando passo il confine è sempre la stessa cosa: la mia mente dimentica. Ma il mio corpo ricorda sempre.

Papà, all’ora di andare a dormire, mi fa sempre la stessa battuta.
“Que tienes? Sueno o sleepy?”
“Es que tengo sleepy. Ho sleepy, papà”.
“E chi ti vuole bene, cielo mio?”
“Tu”.
“Brava, vita mia. Papà ti vuole bene. Non te lo dimenticare mai. E a chi vuoi più bene, a me o a mamma?”
“Inocencio!” Grida mamma arrabbiata da non si sa dove.

La strada per Acapulco ha molte curve. E’ meglio guardare dove si è già passati che guardare dove si sta andando.

Per tutta la vita Narciso non ha mai saputo cosa gli stesse succedendo nel momento in cui gli succedeva. Come se la sua vita fosse un paio di dadi e il mondo un bicchiere che lo agitava e lo lasciava cadere occasionalmente. Solo dopo esser stato agitato e fatto rotolare si accorgeva quali numeri gli aveva assegnato la vita. Ecco come era fiorito l’amore senza che lui se ne accorgesse.

In quel bacio c’era il destino di lui. E di lei.

Sembrava che tutti si lamentassero continuamente del proprio matrimonio, ma che nessuno ricordasse mai il dono di poter dormire vicino a una persona. “Precioso”.

Dio era stato generoso con Inocencio Reyes e gli aveva concesso un’aura di malinconia e questa, insieme ai suoi occhi intensi, che erano scuri come quelli di suo padre e avevano la forma curva di quelli di sua madre, benediceva Inocencio con un’aria da poeta.
Non aveva scelto di essere infelice. Chi sceglierebbe di esserlo?

Era soltanto un bambino che non aveva le parole per dire cosa provava, qualcuno che si sentiva più a suo agio in compagnia dei propri pensieri. Sarebbe stata un’abitudine per tutta la vita.

Ma la vita è breve e la rabbia è lunga.

Ero come un pezzo di pane impregnato di sugo: quando qualcuno mi strizzava, io piangevo e non smettevo più. Sei mai stata così triste? Come una pasta inzuppata nel caffè. Come un libro sotto la pioggia.

“Sposa uno che ti adora”, mi ha detto mamma una volta. “Ascoltami, se vuoi stare bene, fai in modo che ti adorino. Adorata, capito? Lala, parlo con te. Tutto il resto sono stronzate”.

“Tuo padre, non lo sopporto. Ha la testa così grossa che si può baciare il sedere. Mi dà la nausea!”.
“E allora perché non divorzi?”
“E’ troppo tardi. Ha bisogno di me”.
E’ troppo tardi. Vuol dire ho bisogno di lui, ma non lo può dire, no? No, mai. E’ troppo tardi, ormai ti amo.

Ognuno non può essere raggiunto senza che si tocchino gli altri. Lui dentro di lei, io dentro lui, come scatole cinesi, come matrioske, come un oceano pieno di onde, come i fili intrecciati di un rebozo.

E non so come sia per gli altri, ma per me queste cose, quella canzone, quel tempo, quel luogo sono tutti legati insieme in un paese di cui sento la nostalgia e che non esiste più. Che non è mai esistito. Un paese che mi sono inventata. Come tutti gli emigranti a metà strada tra quà e là.

Strappami la vita | poi me la riprendo

In alibrochiuso on novembre 10, 2009 at 2:24 pm

strappami_la_vita

La bella e vivace Catalina sposa giovanissima il generale Andrés Ascensio, uomo potente e più vecchio di lei che ha militato nella Rivoluzione messicana e diventa poi governatore dello Stato di Puebla. Via via che il prestigio e le ricchezze del marito crescono, così come i suoi intrallazzi politici e il numero delle sue amanti e dei relativi figli, Catalina si ritrova sempre più sola. E quando incontrerà il musicista Carlos Vives, la sua vita sarà travolta da una passione irresistibile come le note di un bolero dal titolo profetico, "Strappami la vita".

Nei suoi libri, Angeles Mastretta dipinge le donne. Signore belle, intelligenti, forti. Donne che nascodono nella sottana, ben stretta tra le gambe, una vita a cui non vogliono rinunciare.

Catalina sa essere una moglie perfetta per il generale Ascensio, governatore dello Stato di Puebla; madre perfetta per i figli usciti dal suo ventre e per quelli che in lei sono entrati dal cuore, con estrema innocenza. Conosce la politica Catì e offre agli amici di suo marito il cibo che non gradiranno. Perché è anche molto dispettosa, fedele ai suoi pensieri.

Si entusiasma, consuma gelati per alleviare la tristezza di certi momenti, infine si innamora. E quando perde la felicità, si rimette in testa un bel cappello e prende a braccetto il suo generale perché è quello che Puebla si aspetta, lo spettacolo che tutti riconoscono.

Credo che Donne dagli occhi grandi sia inarrivabile ormai. Ho certato quegli occhi in tutti gli altri romanzi della Mastretta e non ci sono riuscita. Ma devo anche ammettere che Catalina mi ha ricordato un antico riflesso delle pupille. Catalina è un personaggio splendido, dai contorni mai sfocati, sempre lei, sempre giovane e rotonda.

Il monologo finale è uno dei pezzi più belli che io abbia mai letto.

Certo che amavo essere amata. Avevo passato tutta la vita a desiderare d’essere amata. La sera del concerto, più che mai.

“Ti ho fottuto la vita, vero?” mi disse.
“Perchè le altre avranno quello che vogliono. Tu che cosa vuoi? Non sono mai riuscito a sapere che cosa vuoi. E’ vero che non ho mai dedicato tempo a pensarci, ma non credermi tanto stupido, so che nel tuo corpo ci sono tante donne diverse e io ne ho conosciute solo alcune”.

La bastarda di Istanbul | molte spezie dopo

In alibrochiuso, preferiti on ottobre 20, 2009 at 10:52 am
Istanbul non è una città, è una grande nave. Una nave dalla rotta incerta su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza, colore, religione. Lo scopre Armanoush, giovane americana in cerca nelle proprie radici armene in Turchia. E lo sa bene chi a Istanbul ci vive, come Asya, diciannove anni, una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre.

Istanbul non è una città, è una grande nave. Una nave dalla rotta incerta su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza, colore, religione. Lo scopre Armanoush, giovane americana in cerca nelle proprie radici armene in Turchia. E lo sa bene chi a Istanbul ci vive, come Asya, diciannove anni, una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre.

Un libro inebriante, come le spezie che disegnano un piatto d’ashure.

Me ne sono innamorata dalla prima parola, ho masticato ogni pagina come fosse un’antica ricetta di cui si tenta di indovinare gli ingredienti. Una storia d’amicizia, tante storie d’amore e di rapporti tra popoli distanti e mai così vicini. Istanbul, con le sue strade vecchie e i vicoli squallidi a volte, e l’America. Il rapporto tra turchi e armeni, il rapporto tra donne vivaci, diverse, tradizionaliste e alternative. La Storia che si incontra quando si guardano gli occhi di Armanoush, la ragazza di origini armene che arriva dall’America, e Asya, la ragazza turca senza padre e con una madre troppo simile a lei.

Un’atmosfera sempre calda, familiare. La tradizione che evapora dai piatti sulla tavola imbandita per la colazione  si scontra fuori con la vita moderna nel grigiore dei bar. I segreti consumati con le sigarette e gli amori nascosti, persino le chat e Jhonny Cash. La magia, il destino scritto e quello scelto.

Nonne, madri, zie, sorelle, amiche. Quando sono le donne a dominare la scena, tutto si intreccia e si complica e diventa affascinante. Perché le donne sono come le spezie, apparentemente simili, ma in grado di stravolgere il sapore di un piatto, come della vita.

Dialoghi belli, intelligenti che quasi ci trascinano sul salotto di casa con nonna Shushan che nel suo antico silenzio riempie tutta la stanza.  Mamme svampite, apprensive e dalle curve rotonde. Mamme dure come ghiaccio, con la paura di specchiarsi nel volto di una figlia. Mamme che si lasciano chiamare zie, zie che diventano altre mamme.

Che serve ancora per rendere un racconto così vero, piacevole, gustoso?

Orecchiette alle pagine contenenti queste frasi:

Dal modo in cui la guardava, si vedeva subito l’amore. Amore e rispetto e sincronia. Quando lui parlava, lei completava con i gesti, quando lei gesticolava, lui completava con le parole. Erano due individui complicati che sembravano aver raggiunto insieme un’armonia miracolosa.


I libri erano pericolosi in generale, ma i romanzi lo erano ancora di più. Il sentiero della narrazione ti poteva facilmente condurre a un universo in cui tutto era fluido, imprevedibile e ignoto come una notte senza luna nel deserto. […] L’immaginazione era un incantesimo affascinante ma rischioso per chi nella vita era destinato a essere realista.


Nulla veniva fatto in armonia, in quel luogo, eppure quell’abituale dissonanza aveva una sua singolare cadenza. Era un posto fuori dal tempo e dallo spazio. Fuori dal locale le persone restavano vicine per nascondere la solitudine, fingendosi più intime di quanto non erano, mentre lì dentro era l’opposto: tutti ostentavano un distacco che non sentivano davvero. Quel posto era la negazione dell’intera città.


Trilogia Millennium | tre per una

In alibrochiuso on ottobre 4, 2009 at 7:41 am
di Stieg Larsson

Lisbeth Salander è nata del 1978 ed ha 25 anni quando, nel 2003, aiuta Michael Blomkvist nell'indagine che porterà alla soluzione del caso Herriet Vanger. Nella finzione creata da Larsson è una donna dal carattere complesso, introverso e decisamente asociale. Ha un fumoso passato costellato di violenze, ricoveri e perizie psichiatriche, tanto che a diciotto anni viene riconosciuta incapace di badare a stessa e affidata a un tutore. Nonostante ciò svolge saltuariamente incarichi di ricerca su aziende o persone per la Milton Security ed è considerata tra le migliori collaboratrici di Dragan Armanskij, direttore dell'agenzia, che affida a Lisbeth le ricerche più spinose. È un hacker, esperta di pirateria informatica, in grado di raccogliere informazioni da archivi pubblici, privati, bancari o giudiziari. Nell'ambiente e conosciuta col nickname Wasp. Possiede una spiccata memoria fotografica che le permette di memorizzare in poco tempo enormi quantità di dati e informazioni, si interessa di matematica, algebra pura, fisa e logica e qualcuno sospetta che sia affetta dalla sindrome di Asperger. Mikael Blomkvist le affibbierà il nomignolo di Sally.

Questa volta si! Ho divorato il secondo volume della trilogia Millennium di Stieg Larsson, e ho gustato un po’ più lentamente l’ultimo.
Uomini che odiano le donne mi aveva delusa, c’erano volute 300 pagine prima di capire seriamente cosa frullasse nel cervello della Salander e del suo autore. Anche per questo avevo deciso di non parlarne, non mi aveva entusiasmata e credevo che lo svedese fosse davvero molto sopravvalutato. Ma devo ricredermi, La ragazza che giocava con il fuoco è avvincente, la voglia di chiudere le due estremità del libro non mi sfiorava tanto facilmente. E La regina dei castelli di carta è indispensabile per chiudere il cerchio, anche se un po’ tutto più surreale.

Ma non voglio tessere le lodi di Larsson, anche perché purtroppo non scrive il genere di libri fatti per me, quei libri da piegare gli angoli delle pagine e sottolinearne le frasi con matite colorate. Anche se devo ammettere che nel suo genere funziona.

Credo che valga la pena leggere la trilogia e quindi essere in grado di parlarne, nel bene e nel male.

Venuto al mondo | Senza documenti

In alibrochiuso on agosto 24, 2009 at 5:49 pm
Venuto al mondo

Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all'aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l'amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d'amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea.

Un figlio può essere di nessuno, della guerra, dell’amore, di tutti. Un figlio è un desiderio, l’egoismo di una donna qualunque che vuole tenere stretta a sé un uomo, solo per non perderlo. Oppure è il bisogno di veder nascere qualcosa da un involucro trasparente, da un desiderio che non si tocca, dal sapore di un bacio…

Perchè il destino si nasconde nelle tasche e non sai mai quando arriva, ma è lì. In mezzo ci puoi mettere quello che vuoi, ma è lui che sceglie quando rivelarsi. Così un figlio che doveva legare, allontana due vite. Ne avvicina di altre. La vita soffia sul mondo e tutto cambia con la frequenza dei pannolini, dei piedini scalzi sul marmo di casa, dei dentini che spuntano e cadono e rispuntano.

Forse solo dopo l’adolescenza, piano piano il rapporto di due anime si placa. La quiete dopo la tempesta, il silenzio dopo una guerra rumorosa e cattiva. A Gemma serve un viaggio nel passato, per spiegare al figlio e a se stessa da dove si è spuntati fuori, come ci si è ritrovati a dormire in due in una casa fatta per tre. Come ci si è ritrovati e basta.

Nulla è come sembra, fino alla fine. Ma tutto torna, perché la vita fluisce come l’acqua scavando nel terreno morbido che trova lungo il suo corso. Non si lascia inseguire, disegna i contorni di giornate da riempire nonostante il dolore, i posti vuoti.

La storia di un amore profondo e imperfetto tra Gemma e Diego, il fotografo di Genova. La storia di un amore mai nato tra Gemma e Gojko, il poeta bosniaco. La storia di un amore che si pianta su un ramo già germogliato e vivo facendone cadere i fiori. La storia di un amore tra una madre qualunque e un figlio qualunque, tra una madre e un padre, tra una madre e un marito nuovo di zecca. La storia di sentimenti sempre veri, concreti, impazzini, placidi e burrascosi.

Storie spalmate su 529 pagine che si divorano. Tutte condite dalla bravura della Mazzantini, da quel suo modo di scrivere audace, vecchio e nuovo, liscio e complicato.

Abbandonarli è un diritto | Ma solo del lettore

In abbandonati, alibrochiuso on agosto 6, 2009 at 8:19 am
La mia colazione a piazza della consolazione

La donna che leggeva troppo (abbandonava i libri...?)

E’ un mese che ci provo. Io proprio non volevo cedere, ho pensato che con l’estate sarebbe stato più semplice… volevo proprio resistere. Ma, davvero non ci riesco! Oggi ho chiuso per l’ennesima volta il libro che avevo in borsa (la donna che leggeva troppo). Che poi, voglio dire, abbandonare proprio questo libro… con un titolo simile. Accidenti, finisce che mi sento pure in colpa!

Eppure deve essere un diritto del lettore quello di abbandonare un libro noioso. Si?
In effetti su anobii i commenti non lasciavano spiragli di ottimismo. Pare che io non sia l’unica lettrice delusa.

Bella l’ambientazione nella Persia del 1800, ma questa poetessa Qurratu’l-Ayn a pagina 130 non ha ancora spiaccicato una parola. A dirla tutta i dialoghi sono praticamente nulli tra queste pagine. Certo ci sono libri che possono permettersi infinite descrizioni e un racconto senza graffette, ma questo proprio no.

Vorrei davvero dirvi qualcosa di più, ma… non che abbia capito granchè di quello che ho letto fino a qui. Lei dovrebbe essere una donna diversa dalle altre, cresciuta con un forte senso di libertà che si esplica nella possibilità di studiare. Bellissima, sensibile e curiosa, scrive poesie e discute di politica tanto da diventare pericolosa. Così finisce prigioniera dallo Shah… il quale poi non può che cedere al suo fascino provocando l’ira della madre.

Si, le prospettive erano interessanti. Ma quando si entra nel vivo della storia?

Sarei curiosa di sentire un parere diverso… io passo.

La Fine è il mio inizio | Così per me c’è un prima e un dopo

In alibrochiuso, preferiti on luglio 23, 2009 at 9:15 pm

"Senza libri molti viaggi non mi sarebbero nemmeno venuti in mente...i libri erano i miei migliori compagni di viaggio". E' uno dei mille pensieri confidati al figlio Fosco da Tiziano Terzani, una lunga conversazione ormai sul ciglio della morte, quando la malattia non dava più scampo, il destino era segnato ma restavano ancora la forza e la volontà di lasciare un testamento concreto, fattuale, trasparente.La fine è il mio inizio è un cammino di sogni (a volte di illusioni e delusioni), un intreccio di strade (spesso tortuose), una geografia di passioni vissute senza infingimenti; la meta raggiunta è la serenità.

"Senza libri molti viaggi non mi sarebbero nemmeno venuti in mente...i libri erano i miei migliori compagni di viaggio". E' uno dei mille pensieri confidati al figlio Fosco da Tiziano Terzani, una lunga conversazione ormai sul ciglio della morte, quando la malattia non dava più scampo, il destino era segnato ma restavano ancora la forza e la volontà di lasciare un testamento concreto, fattuale, trasparente. La fine è il mio inizio è un cammino di sogni (a volte di illusioni e delusioni), un intreccio di strade (spesso tortuose), una geografia di passioni vissute senza infingimenti; la meta raggiunta è la serenità.

Lo ammetto, sono anch’io un’afflitta dalla sindrome di Terzani. Sono una di quelle che probabilmente leggerebbero anche la sua lista della spesa (dopotutto, manca poco che non esca in libreria!).

Oggi, a distanza di tempo, forse non riuscirei a raccontarvi questo libro, La fine è il mio inizio, se non usassi le parole che ho trovato quel giorno in cui  sull’autobus, seduta abbastanza scomodamente sul sedile ricoperto di un tessuto morbido e a tinte scure, chiusi l’ultima pagina insieme agli occhi.

Eccole qui:

Ho appena finito di leggere il libro di Tiziano Terzani e ho provato l’immediata sensazione d’aver scelto il posto sbagliato per finirlo. Adesso vorrei essere in un luogo molto silenzioso… dove potermi fermare a riflettere e assorbire alcuni insegnamenti, smistandoli. E’ sempre bene infatti mantenere una distanza dalle cose, pur lasciandosi andare.

Quello che ho provato è difficile scriverlo in ogni dettaglio, ma ricordo perfettamente un nodo in gola. Mi sono sentita fortunata, grata di aver potuto leggere La fine è il mio inizio oggi e non troppo più avanti con gli anni. Ne avevo bisogno proprio adesso.

Non so dire bene perché sento che mi piace quello che ha da dire. E’ come innamorarsi, no? Non c’è un vero motivo per cui ci debba piacere una persona, sono emozioni impalpabili, lo senti nell’aria… lo respiri e non puoi più farne a meno dopo.

E io di questo libro me ne sono innamorata.

L’ho sentito nell’aria, sotto i polpastrelli che scorrevano sulle pagine, sulle parole che improvvisamente sentivo pulsare, respirare, nell’odore della carta. Potete anche pensarlo come un percorso, in cui invece di metterti le scarpe… le togli. Le togli si, e così puoi sentire la terra sotto i piedi, con la sua sabbia, le pietre, gli arbusti. Dove invece di preparare una valigia… la svuoti. Lasci un po’ di cose sparse qua e là. Dove invece di ascoltare l’iPod ascolti il vento. Ecco cosa mi ha regalato.

Io l’ho letto così. Con un po’ di invidia, un po’ d’ammirazione, un po’ di quel senso di impotenza nei confronti di ciò che vorrei fare e che non posso fare, perché anche un’esistenza semplice ha un prezzo. Alle volte troppo grande.

E’ un peccato che non possiate leggere questa mia riflessione attraverso la scrittura mossa e contorta, disordinata con cui sto portando alla luce quello che è nato al buio del mio corpo. Rispecchia meglio l’instabilità, l’incoerenza e l’inquietudine che mi contraddistinguono.

Appena ho voltato l’ultima pagina l’ho abbracciato, forse perché ho pensato che ci fosse qualcos’altro oltre alla copertina rigida, qualcosa che potesse entrare attraverso i pori della mia pelle e sedimentare. Non si può leggere Tiziano Terzani e continuare a guardare un tramonto con gli stessi occhi.

Bello, bello, bello. Così direbbe lui.

Una riflessione mi ha colpito più di tutte. Se non riusciamo a chiudere gli occhi e immaginare il nuovo, se non riusciamo a spegnere il telefonino per andare a vedere le lucciole, se non riusciamo a capire che quello che facciamo non ha valore solo quando diventa passato ma che ne ha anche nel momento in cui lo viviamo, se non riusciamo a fermarci e a rimanere per un po’ in silenzio, uccidiamo la fantasia.

Inventiamoci un mestiere. Inventiamoci la vita. Non è tutta qui. Non è solo quello che ci insegnano, c’è un al di là delle cose che non riusciamo più a vedere…

…ed io ci voglio almeno provare.

Mille splendidi soli | In una sola notte

In alibrochiuso, preferiti on luglio 21, 2009 at 7:48 pm
A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua "kolba" di legno incima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansial'arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla dipoeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei filmche proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere lacasa del padre, dove lui non la porterà mai perché Mariam è una "harami", unabastarda, e sarebbe un'umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figlilegittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, masarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L'unicacosa che deve imparare è la sopportazione. Laila è nata a Kabul la notte dellarivoluzione, nell'aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratellisi sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del loro funerale, le èdifficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino deivicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla daidispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce inpashtu e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le faràincontrare in modo imprevedibile. Dall'intreccio di due destini, una storiache ripercorre la storia di un paese in cerca di pace, dove l'amicizia el'amore sembrano ancora l'unica salvezza.

A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua "kolba" di legno attende con ansia l'arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita. E' una "harami", una bastarda, l'unica cosa che deve imparare è la sopportazione. Laila è nata a Kabul, la notte della rivoluzione. Tariq, che ha perso una gamba su una mina antiuomo, è il suo compagno di giochi. Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile.

Mi sono alzata all’alba spinta dal desiderio di finire il libro iniziato la sera prima. Le ore sono passate senza adeguarsi al ticchettio dell’orologio che dalla cucina arriva fino in camera mia. Non voglio spendere parole sulla trama di questo romanzo. Basta sapere che racconta la vita delle donne in Afganistan e che non si può far altro che sentirsi fortunate nell’essere nate in altri luoghi.

Ogni parola è stata una stretta al cuore, ogni frase lacrime che bagnavano le pagine ruvide. Perciò leggerlo non verrà semplice.
E’ facile immaginare, è come un film proiettato nella mente. Correvo sulle parole sperando che nella sequenza successiva il racconto si addolcisse, forse è il termine sbagliato. Speravo continuamente che il male venisse messo a tacere, anche nel modo più violento e brutale. Che tutto finisse.

Ma non succedeva mai…
Non prima che il bene venisse sbeffeggiato e tradito milioni di volte.
Non prima che qualcuno pagasse per un briciolo di felicità, per quelle cose che noi troviamo naturali e scontate e di cui mai riusciremmo a comprenderne l’assenza.

Sono tornata indietro nel tempo a quando da piccola mi rinchiudevo in camera per giorni tentando di annientare il tempo libero (allora ne avevo a volontà) sui libri che mia madre mi regalava accusandomi poi di passarci troppe ore. E come se non avessi mai preso fiato per due giorni…

Mille splendidi soli passati in una sola notte.

Shantaram | Più di due tazze di tè

In alibrochiuso, preferiti on luglio 20, 2009 at 8:17 pm
Nel 1978, il giovane studente di filosofia e attivista politico Greg Roberts viene condannato a 19 anni di prigione per una serie di rapine a mano armata. È diventato eroinomane dopo la separazione dalla moglie e la morte della loro bambina. Ma gli anni che seguono vedranno Greg scappare da una prigione di massima sicurezza, vagare per anni per l'Australia come ricercato, vivere in nove paesi differenti, attraversarne quaranta, fare rapine, allestire a Bombay un ospedale per indigenti, recitare nei film di Bollywood, stringere relazioni con la mafia indiana, partire per due guerre, in Afghanistan e in Pakistan, tra le fila dei combattenti islamici, tornare in Australia a scontare la sua pena. E raccontare la sua vita in un romanzo epico di più di mille pagine.

Nel 1978, il giovane studente di filosofia e attivista politico Greg Roberts viene condannato a 19 anni di prigione per una serie di rapine a mano armata. È diventato eroinomane dopo la separazione dalla moglie e la morte della loro bambina. Ma gli anni che seguono vedranno Greg scappare da una prigione di massima sicurezza, vagare per anni per l'Australia come ricercato, vivere in nove paesi differenti, attraversarne quaranta, fare rapine, allestire a Bombay un ospedale per indigenti, recitare nei film di Bollywood, stringere relazioni con la mafia indiana, partire per due guerre, in Afghanistan e in Pakistan, tra le fila dei combattenti islamici, tornare in Australia a scontare la sua pena. E raccontare la sua vita in un romanzo epico.

1470 pagine fanno di Shantaram una storia da più di due tazze di tè. Arrivata alla fine ho realizzato che si, mi è piaciuto.

Leggevo con lo spirito in forte contrasto, ogni pagina mi arrabbiavo e poi mi distendevo, ma per qualche tempo non sono riuscita a perdonarlo Lin. Anzi, l’ho odiato con tutta me stessa ogni volta che avrei voluto dicesse “no”, ma non avveniva. Ho provato uno strano senso di simpatia antipatica per quel suo tenere insieme l’odio e l’amore con la colla della passione o del caso. Quel suo descrivere con disinvoltura crimini e morte, piantare la parola “amore” in un contesto di errori cruenti. Quel resistere alla morte con una vita brutale, sperare nella salvezza pur cercando la distruzione di se stesso.

Mi sentivo tradita e allo stesso tempo non potevo che abbandonarmi a quelle descrizioni mistiche di paesaggi radiosi e caldi; scivolavo sulle pagine come i rigoli di sabbia tra le dita mentre ci si trova su una spiaggia di notte e la cui unica fonte luminosa resta la bianca luna distesa sull’acqua. Quell’idea di India in cui “tutti abbiamo vissuto almeno una vita” e in cui “il cuore ti guida sempre più saggiamente della testa” mi provocava amarezza e gioia.

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Per saperne di più

Ne faranno un film. Lo sto aspettando, pur sapendo che sarà uno di quei film che solitamente vedo attraverso le fessure delle dita. Esiste già un sito internet, eccolo qui: http://www.shantaram.com/