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Caramelo | mai troppo dolce

In alibrochiuso, preferiti on maggio 16, 2010 at 12:08 pm

In viaggio con la famiglia Reyes come ogni estate, in una macchina piena di bambini, risate e litigi, da Chicago a Città del Messico. Come sempre Lala ascolta le storie della sua famiglia separando, di volta in volta, la verità dalle “sane bugie” che gli adulti si tramandano di generazione in generazione. Come fili che formano un rebozo caramelo, il prezioso scialle messicano, queste storie, o leggende, della famiglia Reyes si svolgono e si riavvolgono davanti ai nostri occhi in modo brillante e divertente attraverso lo sguardo vivace e curioso della piccola Lala.

La tenerezza contenuta nelle pagine di Caramelo è la stessa che si annida nei ricordi del passato; che si intreccia nelle maglie di un rebozo color caramello, avvolge le spalle e i pensieri di nonna e nipote per tenerli caldi e fluidi nel tempo.

Ero io Lalita, a casa mia. Ero lì, giuro. In una di quelle famiglie in cui non ci si dice mai “ti voglio bene”, ma nelle quali si condivide ogni rumore, un pezzo di pane, un posto caldo sul divano. Come quando si è in tanti e si è una cosa sola, quando si borbotta giusto il tempo di attraversare una porta e girare il corridoio.

Quanta bellezza in queste pagine. Come in una fotografia color seppia, dagli angoli consumati; una pettiniera antica con lo specchio un po’ arruginito; una stoffa ricamata che odora di legno e di chiuso; una coperta di lino troppo sottile; un letto molle, in cui si affossano anche i sogni; l’odore della sottana delle nonne e la pelle ruvida delle loro mani; quel bacio pieno di timidezza che sanno dare solo i genitori ai figli ormai cresciuti.

Dolce come caramello. Ma mai stucchevole.

Orecchiette:

Ogni anno quando passo il confine è sempre la stessa cosa: la mia mente dimentica. Ma il mio corpo ricorda sempre.

Papà, all’ora di andare a dormire, mi fa sempre la stessa battuta.
“Que tienes? Sueno o sleepy?”
“Es que tengo sleepy. Ho sleepy, papà”.
“E chi ti vuole bene, cielo mio?”
“Tu”.
“Brava, vita mia. Papà ti vuole bene. Non te lo dimenticare mai. E a chi vuoi più bene, a me o a mamma?”
“Inocencio!” Grida mamma arrabbiata da non si sa dove.

La strada per Acapulco ha molte curve. E’ meglio guardare dove si è già passati che guardare dove si sta andando.

Per tutta la vita Narciso non ha mai saputo cosa gli stesse succedendo nel momento in cui gli succedeva. Come se la sua vita fosse un paio di dadi e il mondo un bicchiere che lo agitava e lo lasciava cadere occasionalmente. Solo dopo esser stato agitato e fatto rotolare si accorgeva quali numeri gli aveva assegnato la vita. Ecco come era fiorito l’amore senza che lui se ne accorgesse.

In quel bacio c’era il destino di lui. E di lei.

Sembrava che tutti si lamentassero continuamente del proprio matrimonio, ma che nessuno ricordasse mai il dono di poter dormire vicino a una persona. “Precioso”.

Dio era stato generoso con Inocencio Reyes e gli aveva concesso un’aura di malinconia e questa, insieme ai suoi occhi intensi, che erano scuri come quelli di suo padre e avevano la forma curva di quelli di sua madre, benediceva Inocencio con un’aria da poeta.
Non aveva scelto di essere infelice. Chi sceglierebbe di esserlo?

Era soltanto un bambino che non aveva le parole per dire cosa provava, qualcuno che si sentiva più a suo agio in compagnia dei propri pensieri. Sarebbe stata un’abitudine per tutta la vita.

Ma la vita è breve e la rabbia è lunga.

Ero come un pezzo di pane impregnato di sugo: quando qualcuno mi strizzava, io piangevo e non smettevo più. Sei mai stata così triste? Come una pasta inzuppata nel caffè. Come un libro sotto la pioggia.

“Sposa uno che ti adora”, mi ha detto mamma una volta. “Ascoltami, se vuoi stare bene, fai in modo che ti adorino. Adorata, capito? Lala, parlo con te. Tutto il resto sono stronzate”.

“Tuo padre, non lo sopporto. Ha la testa così grossa che si può baciare il sedere. Mi dà la nausea!”.
“E allora perché non divorzi?”
“E’ troppo tardi. Ha bisogno di me”.
E’ troppo tardi. Vuol dire ho bisogno di lui, ma non lo può dire, no? No, mai. E’ troppo tardi, ormai ti amo.

Ognuno non può essere raggiunto senza che si tocchino gli altri. Lui dentro di lei, io dentro lui, come scatole cinesi, come matrioske, come un oceano pieno di onde, come i fili intrecciati di un rebozo.

E non so come sia per gli altri, ma per me queste cose, quella canzone, quel tempo, quel luogo sono tutti legati insieme in un paese di cui sento la nostalgia e che non esiste più. Che non è mai esistito. Un paese che mi sono inventata. Come tutti gli emigranti a metà strada tra quà e là.